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lunedì 12 ottobre 2009

PARI OPPORTUNITA' A TUTTI GLI STUDENTI?



Anche quest’anno, come da un po’ di anni a questa parte ormai, si consuma il rito dei test di accesso per poter intraprendere determinati studi universitari. Migliaia di giovani nel diplomati, affrontano la prima ed importante selezione della loro vita “lavorativa”, con dubbi o consapevolezze, circa la serietà della prova selettiva. Ma al di là di questo particolare – importante, senz’altro, ma tutto da provare -, il vero scandalo sta, a mio parere, proprio nel fatto che ormai la maggior parte delle facoltà universitarie, sono “a numero chiuso” ovvero, vengono riservati un tot di posti per poter frequentare questo o quell’ateneo. Il motivo originario di tale “trovata”, secondo i vari legislatori che hanno promosso questo sistema e che nel frattempo lo stanno sostenendo, sta nel fatto che così facendo, si creano i presupposti occupazionali per coloro i quali hanno la fortuna o i mezzi per accedere agli atenei “chiusi”, evitando che la professione raggiunta “s’inflazioni” cagionandone un conseguente calo di prestigio.
Concettualmente, la motivazione è nobile, solo che nella pratica, come in tante cose che si verificano in Italia, non sembra essere proprio così. Intanto, il numero chiuso, non garantisce e non puo’ garantire sicuri sbocchi occupazionali perché le regole del mercato del lavoro – specie nell’ambito della libera professionale – non possono essere prevedibili a “media o a lunga scadenza”. Basti vedere la tanto decantata scienza informatica che sforna, annualmente, migliaia di periti e dottori in informatica che lavorano ai call center. E poi imporre una selezione a priori serve solo a consolidare un sistema affaristico clientelare che non tiene in debito conto l’intero percorso formativo e culturale del neo diplomato che si trova a confrontarsi non tanto con colleghi più preparati ma forse – e le cronache delle settimane scorse ce lo hanno indicato limpidamente – soltanto più raccomandati. Si assiste pertanto, al consolidamento dei “baroni” all’interno delle facoltà in cui – strano ma vero – i neo iscritti hanno lo stesso cognome di questo o quel docente universitario di quell’ateneo o di questo o quell’affermatissimo e noto professionista.
La riforma della scuola superiore, afferma il principio della meritocrazia e della costanza negli studi in maniera tale che lo studente delle superiori, già dal terzo anno, costruisce giorno per giorno, la sua valutazione finale che verrà decretata al termine degli esami di stato. Per cui, si crede e si è creduto, che nell’economia di un millantato sistema meritocratico, lo studente serio che raggiunge una valutazione finale encomiabile, acquisisca una sorta di “agevolazione”, o meglio, di “considerazione” allorquando decide di intraprendere la carriera universitaria. Non è affatto così. I quiz dei test e le regole dell’accesso ai corsi universitari a numero chiuso, stabiliscono e determinano l’esatto contrario di quanto sperato.
Ma poi, prima dell’entrata in vigore di questo sistema infernale, esisteva già una “selezione naturale” che scaturiva da una serie di processi “fisiologici” dello studente tant’è che (per fare un esempio), se al primo anno di medicina si iscrivevano 3000 matricole, di quel corso si e no, raggiungevano la laurea 4-500. Con la differenza che i neo medici erano sostanzialmente giovani che avevano creduto in quello che facevano, pieni di motivazioni ed aspirazioni seguite e colte in piena ed assoluta libertà.
Con il numero chiuso, l’università diventa sempre più una casta ed il diritto allo studio (con tutti gli oneri economici che comporta), come tanti altri diritti, diventa un desiderio da realizzare grazie alla disponibilità di un politico o faccendiere compiacente, che “prende a cuore” lo studente in cerca di pari opportunità.

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